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La «curtis» di Hero

Le origini; la «curtis» di Hero

La probabilecollocazione di Hero, a sud-est di Romanengo
La probabile collocazione di Hero a sud-est di Romanengo

Il fatto che il documento scritto relativo al nome di Soave risale al 1191, non significa che il territorio ad est della roggia Gaiazza anteriormente a tale data fosse deserto o privo di organizzazione. Se nella porzione più prossima al confine tra Cremasco e Cremonese, costituito appunto dalla roggia Gaiazza - ancor oggi conosciuta localmente come el fusàat, denominazione che la connette al Fossatum cremonense già nominato nel 1350, erano i cremenses di Soavo a detenere le terre e a sfruttarle, come fa capire una sentenza arbitrale pronunziata nel 1392; più ad oriente ancora, nei dintorni dell'attuale abitato dell'Albera, un altro importante insediamento agricolo fungeva da nucleo di attrazione già prima dell'anno Mille: si trattava della curtis di Aria/Heire/Hero.

Anche in questo caso il toponimo potrebbe indicare un'origine assai antica dello stanziamento, forse tardo-romana, e comunque mostra di discendere dalla base latina area "aia, spiazzo non costruito" che nel parallelo significato di "terreno scoperto e senza vegetazione; spiazzo aperto nel bosco" segnalerebbe l'origine silvo-pastorale dell'insediamento.

Dotato di fortificazioni tali da farlo definire come castrimi nel 1097, l'insediamento di Hero quasi un secolo più tardi sembra vedere di molto attenuata la sua funzione militare nel panorama strategico dell'alto Cremonese - pur ricorrendovi ancora la citazione di un castellum e di un fossatum posti a difesa dell'edificato - congiuntamente ad un rapido decadimento funzionale dell'abitato medesimo, che nel 1224 pare essersi ridotto a una villa vetus de Herro cui, forse, faceva ancora capo l'intera curtis di Hero.

Del resto si erano ormai del tutto capovolti i rapporti che prima del 1097 legavano i conti Ghisalbertini di Crema al castrimi Aire, facendone una sorta di prolungamento verso est delle proprietà da questi detenute intorno alla città, ponendolo probabilmente al centro di estesi possedimenti fiscali.

Incalzata dalla formidabile pressione espansiva della città di Cremona e del suo episcopato e indebolita dalle divisioni interne alla famiglia, l'organizzazione territoriale delle proprietà dei Ghisalbertini andava sfaldandosi rapidamente. Dopo Soncino, divenuto il primo borgo franco di Cremona nel 1118 e da breve tempo abbandonato dagli stessi conti Ghisalbertini, e dopo la distruzione di Crema nel 1160, l'azione di assoggettamento e di controllo esercitata dal Comune di Cremona su questa parte di territorio si misura sulla base del numero e dell'importanza dei borghi franchi istituiti e delle opere di fortificazione create dai cremonesi.

Ricostruita Crema nel 1185 i confini con il territorio cremasco furono ben presto presidiati dai cremonesi con la costruzione di Castel Manfredi dapprima, sostituito in seguito alla sua distruzione nel 1186 da Castelleone, elevato alla dignità di borgo franco sin dalla data della sua fondazione nel 1188. Seguì, subito dopo, la costruzione di una torre fortificata a Trigolo, nel 1190 e, soprattutto, per quanto riguarda il nostro territorio, l'innalzamento del castello di Romanengo nel 1192.

La nuova importanza cui andava assurgendo Romanengo fu sicuramente il motivo principale della decadenza definitiva di Hero, il cui nome, agli inizi del XIV secolo, finì per essere abitualmente associato a quello di Romanengo, della cui giurisdizione territoriale identificava un semplice settore.

Intanto venivano sviluppandosi altri nuclei abitati in questa parte di territorio, come Ronco Todeschino, sorto lungo l'antica via di collegamento tra Romanengo e Trigolo, e l'Albera, che sembra quasi aver raccolto l'eredità di Hero da una parte e del poco discosto insediamento di Brugum, arso durante l'incursione milanese del 1228, dall'altra.

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Bibliografia

  • Ferruccio Caramatti, Da Ero a Salvirola, Pandino, 1995
  • Valerio Ferrari, Collana Atlante toponomastico della Provincia di Cremona, volume, Toponomastica di Salvirola, 1998

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